GONZALO ORQUÍN |
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È nato nel 1982 a Siviglia. Dal 2004 vive e lavora a Roma |
| 2009 | "Altre contemplazioni" Galleria L.I.B.R.A. Catania |
| 2009 | Biennale di Rimini. CONTEMPLAZIONI.Bellezza e tradizione del nuovo nella pittura italiana contemporanea. Castel Sismondo e Palazzo del Podestà. Rimini |
| 2009 | Artabù. Icone della trasgressione. Convento di San Francesco. Giffoni Valle Pisana. Salerno |
| 2009 | Acqua. Banca Carige. Roma |
| 2008 | Foemina, Il seno nell'Arte. Fondazione Veronesi. Milano |
| 2008 | "La poesia del corpo" Galleria Chiari. Roma |
| 2008 | Werkstatt Galerie. Berlin |
| 2008 | Percorsi d'immaginazione. Miti e maestri. Convento di San Francesco. Giffoni Valle Pisana. Salerno |
| 2007 | TOMOGRAFIE DI CORPI MIGRANTI. Sei giovani artisti al Murgia Film Festival. Gravina di Puglia. Bari |
| 2007 | Palazzo della Ragione. Milano |
| 2007 | 58º Edizione Premio Michetti. Fondazione Michetti. Francavilla al mare. Chieti |
| 2007 | "Natures Vives" Galerie Myriam Haas. Paris |
| 2006 | Personale “Espejo Romano”. Studio Andrea Gobbi Roma. XXXIII Rassegna Internazionale D'Arte Contemporanea "Premio Sulmona". Polo Museale Civico Diocesano Sulmona. Italia. "Papir" Opere su carta di Elisabetta Diamanti e Gonzalo Orquin. Libreria Agave Roma. |
| 2005 | Collezione di disegni esposti nello spazio WA. BE 190 ZA Italy a Roma |
| 2003 | Mostra collettiva “Rastrillo de Nuevo Futuro” la cui presidentessa d’onore é la Excelentisima Duquesa de Alba |
| 2002 | Mostra collettiva nella “Sala San Hermenegildo” Siviglia |
| 2000 | Partecipa al Progetto “Comenius Action One dell’Unione Europea” (1999-2003) realizzando acquarelli, esposti nel Museo Arqueológico Nacional di Madrid e Siviglia. Mostra colletiva nella “Galería Antigüedades y subastas
de Sevilla “Pintores Noveles” a Siviglia |
| 1999 | Partecipa alla sua prima mostra colletiva nel Patio de Banderas del Real Alcázar di Siviglia in occasione del quattrocentesimo anniversario della nascita di Velázquez |
| Inoltre ha delle opere in collezioni private e pubbliche come al Museo Taurino a El Parmar, nell’Ordine dei fattebenefratelli a Siviglia ed al Museo Archeologico di Siviglia. |
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GONZALO ORQUÍN TRA DRAMMA E DESIDERIO Per Alessandro Riva |
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Il nocciolo duro della poetica di Gonzalo Orquín sembra giocarsi tutto in un misterioso luogo mentale, un luogo apparentemente inesistente, insieme fortemente ideale, di strana sospensione del tempo – il luogo della pittura per eccellenza, dopotutto - e tuttavia stranamente reale, quotidiano, un luogo che esiste chissà dove e qui e ora, hic et nunc, un luogo nel quale si mescolano vita quotidiana e senso del teatro, intimismo e memoria, illusionismo e senso del tragico, riferimenti alla pittura classica (uno su tutti, il grande amore per la pittura di Velazquez) e citazioni dall’immaginario cinematografico contemporaneo, vita vissuta e solo immaginata, paura ed estasi, gioia pura e in sottofondo quel dolore vago, mai chiarito del tutto, che ci prende alle volte all’improvviso, e ci stringe la gola, e non sappiamo perché. La pittura di Gonzalo Orquín ci parla di intimità e di inquietudine, di strane scene che ci sembra di conoscere a menadito, che abbiamo pur visto o vissuto, forse in sogno, forse una domenica mattina di tanto tempo fa, con qualcuno che amiamo o abbiamo amato al nostro fianco, che dorme ancora, o che forse si trova in quello stato misterioso che sta tra il sonno e la veglia; ci parla, questa pittura, di quella sensazione di quieta ebbrezza, di gioia sottile venata però da uno strano senso di inquietudine, di dolore anche, vissuta come in una strana sospensione del tempo, quella sensazione che ci attanglia quando siamo da soli, drammaticamente soli con noi stessi eppure, per una volta, anche disperatamente felici di esserlo: momenti e istantanee di quegli “attimi di assoluta beatitudine” (Dostoevskij, Le notti bianche) in cui noi, per qualche strana alchimia, non siamo più noi stessi, in cui la nostra vita, i nostri gesti, la luce irreale che filtra da una finestra aperta, il nostro stesso corpo pare, per un momento soltanto, sospeso in un istante di puro teatro, in un flash back cinematografico: è quell’istante magico in cui noi stessi ci sentiamo fatalmente strappati fuori dalla banalità delle cose quotidiane – con le loro noie, i fastidi, le incombenze, le commissioni sempre rimandate, le bollette e gli affitti scaduti – per entrare, per un momento solo, in una dimensione diversa, più leggera, più aerea, tragica e dolcissima allo stesso tempo – quella della pittura, infine, ma anche del grande cinema, della letteratura, del teatro. La tradizione cui guarda Gonzalo Orquín è quella del realismo spagnolo dell’Otto e Novecento, certo, ma anche quella del Seicento e del primo Settecento, con il suo senso del tragico, dell’estasi, della teatralità e del travestimento, con le sue scene di vita quotidiana, i ritratti di un’epoca, le dimore, i vestiti, gli orpelli, e d’improvviso l’insorgere di un dramma, il dolore, l’estasi, il tormento: è l’irrompere sulla scena del mito, della condizione suprema del dramma, dramma vero o immaginato, teatralizzato o dipinto: e proprio come in certa tradizione del realismo del Novecento, anche nella dimensione di un’assoluta fedeltà all’evidenza delle piccole cose quotidiane – un divano-letto, un pavimento a mattonelle colorate, lo stipite sbrecciato di una finestra, la tappezzeria un po’ vistosa d’una poltrona, insomma gli elementi che ci circondano ogni giorno e a cui spesso non facciamo neanche più caso – diventano gli accessori solo apparentemente banali d’una grande, inesausta composizione totale: quel grande puzzle formato dai quadri, dai disegni, dagli schizzi, insomma dall’intero universo mentale dell’artista, che s’intravede dietro ogni quadro come in filigrana; elementi che fanno da sfondo alla dimensione mitologica della nostra vita quotidiana, come muti ospiti d’una commedia che rischia sempre di volgersi in dramma, in un angolo di una stanza perfettamente illuminata da quella luce tagliente e teatrale che si trova solo sui set dei grandi registi e in qualche istante di metafisica realtà domestica. I gesti, i movimenti, i dialoghi muti dei protagonisti di questa comedie humaine insieme pittorica e fortemente teatrale posseggono infatti una loro forza straordinariamente metaforica, appaiono come i simboli di inquietudini, di parole non pronunciate, di sentimenti rappresi, di pensieri e sentimenti rimasti impigliati nella dimensione fluttuante dell’inconscio o della memoria. Quel dito puntato sul petto d’un ragazzo anonimo, qualsiasi, proprio all’altezza del cuore, che ci ricorda i gesti di tanta pittura sacra – in primis l’iconografia del Sacro Cuore di Gesù -, ma anche il torcersi flessuoso su una finestra di un giovane e contemporaneo Icaro – torsione tutta manierista, o barocca – fa venire istantaneamente alla mente le contorsioni del corpo del Cristo (estasi e dolore, appunto) nelle Deposizioni cinque e seicentesche, così come il corpo abbandonato del ragazzo in una qualsiasi scena di coppia, après l’amour, in un interno piccolo-borghese di un anonimo appartamento di oggi, ricorda i tanti corpi straziati, martirizzati, abbandonati, dei martiri cristiani nell’iconografia religiosa, o ancora quello del Cristo nell’iconografia della Pietà. Ecco che, allora, d’improvviso si comprende come il terreno su cui si muove la pittura di Gonzalo Orquín sia quello, alquanto scivoloso ma affascinante, della poesia del quotidiano, dove si mescolano la nostalgia per qualcosa – un paesaggio, una teoria di alberi in lontananza, o uno scorcio dei tetti di Roma, o ancora la sagoma scura di qualcuno che dorme nella penombra d’un pomeriggio d’inizio primavera -, ma anche il rimando continuo e incessante alla nostra memoria storica, religiosa, filosofica, il rimando a quel crogiuolo di memorie e di suggestioni di cui è fatta la nostra cultura più profonda, ancestrale, su cui siamo cresciuti e di cui ci siamo imbevuti, nella quale si mescolano nostalgia e senso del bello, estasi e dolore, piacere e senso di colpa, dramma e desiderio. |
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RITRATTO DELLA PITTURA Per Claudio Nigro Messias |
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A colpo d’occhio il lavoro di Gonzalo
Orquín sembra voler superare la soglia del post-moderno verso qualcosa
di nuovo, o verso qualcosa di molto molto vecchio. Indefinibile non solo
per quanto riguarda il nome della corrente a cui apparterrà, ma
anche per le “garanzie” che il giovane pittore sembra mettere
sul tavolo e sulla parete.
Claudio Nigro Messias |
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